La Pazza Storia del Floorball: Verificata da Fonti Discutibili
- Alessio Casamassima

- 1 giorno fa
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Dalla Preistoria alla Luna: il racconto sportivo (tutto a colori) che i libri di testo vi hanno da sempre voluto nascondere. Pensate davvero che il floorball sia stato inventato nelle più prestigiose università statunitensi per far allenare i giocatori di hockey su ghiaccio canadesi durante l’estate? È esattamente quello che vogliono farvi credere.

La storiografia ufficiale sostiene che questo sport sia nato tra palestre scolastiche, palline di plastica forate e calde estati americane. Una teoria affascinante, ma difficilmente compatibile con le prove che iniziano ad affiorare. Per anni schiere di archeologi e storici dello sport hanno ignorato indizi imbarazzanti: bastoni inspiegabilmente curvi, strutture mastodontiche perfettamente modellate, antichi manoscritti pieni di schemi tattici e almeno un filosofo greco che ha perso la pazienza con dei ragazzi troppo vivaci.
Quello che state per leggere è dunque la vera storia del floorball. O, più precisamente, la versione che nessuna federazione internazionale ha mai avuto il coraggio di pubblicare.
Un percorso lungo diecimila anni, dalla preistoria allo spazio, passando per l'Egitto, la Roma imperiale, la Salem delle streghe e il Far West. Dieci tappe. Dieci epoche. Dieci momenti in cui l'umanità avrebbe potuto scegliere di fare un altro sport, e invece no.
Preparatevi a un viaggio attraverso i secoli — con la solennità di un documentario in tv alle tre di notte, e all'incirca lo stesso livello di affidabilità delle fonti.
Le vignette che accompagnano ogni capitolo sono state ritrovate in circostanze misteriose. O disegnate con l'AI ieri sera. I ricercatori sono ancora divisi.

Capitolo I - Età della Pietra: la curvatura della specie
Ogni grande civiltà nasce da un bisogno primordiale. Per l'uomo del Neolitico quel bisogno non era il fuoco, né il riparo dalle tigri dai denti a sciabola: era risolvere il problema di una paletta troppo dritta che, semplicemente, non tirava bene. In realtà, i primi uomini avevano anche altri grattacapi, come per esempio affrontare le lunghe trasferte che si facevano rigorosamente a piedi, senza la ruota che non era ancora stata inventata, e senza nemmeno potersi fermare all'Autogrill di Affi che avrebbe aperto solo qualche milione di anni più tardi. Il tempo per discutere di stecche e palette attorno al fuoco, però, quello lo trovavano sempre.
Gli archeologi, purtroppo, non hanno mai ritrovato alcun reperto di questi antichi attrezzi, se non qualche enigmatica pittura rupestre da cui ricavarono una semplice quanto disarmante spiegazione: continuavano a dimenticarle tra le braci.
Si pensa, infatti, che un anonimo troglodita ebbe un giorno l'intuizione decisiva per ottenere la curvatura perfetta: scaldare la paletta sul fuoco per renderla più morbida. Teoria impeccabile. Pratica un filo meno: dopo pochi secondi la stecca che era fatta di legno e corde prese fuoco, seguita a ruota da sopracciglia e riparo. L'esperimento venne ripetuto centinaia di volte con encomiabile rigore scientifico e identico, sconfortante risultato: stecca carbonizzata, peli bruciati e un acceso dibattito sulla distanza ideale dal falò. Qualche cavernicolo provò a cambiare materiale, ma le palette in pietra si staccavano facilmente dalle stecche in legno e fare il portiere era diventato più pericoloso di cacciare un mammut a mani nude. Il floorball non era ancora stato inventato, la pallina nemmeno — ma cercare di piegare con la paletta era già una tradizione destinata a sopravvivere fino ai giorni nostri.

Capitolo II - Antico Egitto: campi sempre più monumentali
L'Antico Egitto viene ricordato per le Piramidi, i Faraoni e i geroglifici. In realtà, il suo contributo più significativo alla storia del floorball fu la costruzione dei primi campi regolamentari, ovviamente in granito. Le enormi sponde venivano trasportate per chilometri su larghe imbarcazioni che risalivano senza sosta le acque del Nilo e poi assemblate con precisione millimetrica nel bel mezzo del deserto. I blocchi rettilinei richiedevano solo qualche centinaia di uomini per essere messi in posa; le sezioni curve, invece, rappresentavano il vero incubo di ogni cantiere egizio. Migliaia di schiavi persero la vita nel tentativo di allestire anche solo un campo 3 contro 3.
Le Piramidi di Giza, secondo questa più che attendibile teoria, non erano affatto tombe monumentali né costruzioni aliene: erano giganteschi magazzini adibiti a custodire le sponde durante la pausa estiva del campionato. Del resto, lasciare un intero campo montato in mezzo al deserto significava ritrovarselo puntualmente sommerso dalla sabbia alla ripresa degli allenamenti. A distanza di quattromila anni, la tecnologia è certamente migliorata. Le sponde non pesano più diverse tonnellate e nessuno rischia più di finire in pasto ai coccodrilli. Eppure, ogni volta che arriva il momento di montare o smontare un campo, c'è sempre qualcuno, da qualche parte, che si chiede se gli Egizi non avessero trovato un sistema decisamente più efficiente.

Capitolo III - Magna Grecia: l'invenzione dei buchi nella pallina
La Magna Grecia fu la culla del pensiero occidentale: Eratostene misurò la circonferenza della Terra con un semplice bastone (alcune fonti parlano di un flex 27); Zenone dimostrò che Achille non avrebbe mai raggiunto una pallina lanciata contro una sponda, poiché gli si slacciavano sempre i calzari; e decine di pitagorici trascorsero l'intera vita a interrogarsi su quanto dovesse misurare l'area piccola. Nessuno di loro, però, lasciò un'eredità importante quanto quella di Archimede.
La leggenda narra che il geniale matematico siracusano si stesse concedendo un bagno in santa pace quando una pesante pallina piena, sfuggita a un gruppo di ragazzini, entrò dalla finestra e finì dritta nella vasca. L'acqua schizzò ovunque, i papiri si inzupparono: non era la prima volta, e Archimede perse definitivamente la pazienza. Così come aveva spesso minacciato, afferrò un punteruolo e iniziò a praticare una serie di piccoli fori sulla superficie della pallina. Dapprima non lo fece per migliorarne l'aerodinamica, ma semplicemente nella speranza che i pargoli smettessero di giocare nel cortile proprio dinanzi alla sua dimora.
Il risultato però superò ogni aspettativa. La pallina diventò più leggera, più stabile, incredibilmente più precisa. Era nata, di fatto, la moderna pallina da floorball.
Da quel giorno gli storici ricordano Archimede per il celebre grido "Eureka!". I giocatori di floorball, invece, continuano a ricordarlo come l'uomo che capì, prima di chiunque altro, che una pallina con ventisei buchi è infinitamente superiore a una senza.

Capitolo IV - Roma Imperiale: si scrivono le regole del gioco
Con l'espansione dell'Impero Romano, il floorball conobbe una diffusione senza precedenti. Le partite più importanti si disputavano al Colosseo, davanti a decine di migliaia di spettatori. L'unico, piccolo problema era che il regolamento era ancora in fase di definizione e i match tra i giocatori si concludevano spesso in cruenti scontri all'ultimo sangue.
Ogni contrasto era considerato regolare e i falli praticamente non esistevano: per esempio, la stecca veniva considerata "alta" solo dopo che il pubblico aveva visto rotolare per l'arena la testa mozzata di un giocatore ed era lecito "trattenere" l'avversario anche con reti da pescatore e corde. In tutto questo, l'arbitro si limitava a segnalare un presunto fallo all'Imperatore che, secondo il primo regolamento ufficiale, era l'unico che poteva decidere con il celebre gesto del "pollice verso" il destino dell'atleta che aveva commesso l'irregolarità: se punito, il giocatore espulso trascorreva i due minuti di penalità nella panchina punti che era posta direttamente nella fossa dei leoni. Gli storici sono concordi nel riportare che questa fosse una soluzione estremamente efficace per limitare il gioco violento: quasi nessuno, infatti, aveva la possibilità di commettere una seconda infrazione nella stessa partita.

Capitolo V - Medioevo: strategie d'attacco e cambi volanti
Il Medioevo viene ricordato come l'epoca degli assedi e delle strategie militari più sofisticate della storia. Per il floorball, fu semplicemente il momento in cui qualcuno notò che le due cose funzionavano allo stesso modo: per sorprendere una difesa, come una guarnigione, serve un solo ingrediente: un giocatore fresco, lanciato in campo nell'istante esatto in cui nessuno se lo aspetta. Il problema era però logistico. Raggiungere il campo di gioco durante un assedio richiedeva tempi piuttosto lunghi. La soluzione arrivò dagli ingegneri delle macchine d'assedio: catapulte e trabucchi, usati per lanciare il giocatore di riserva oltre le mura, dritto nel vivo del contropiede. Il primo cambio volante della storia, nel senso più letterale del termine. Funzionava, e per qualche stagione nessuno trovò una contromisura. L'unico inconveniente era l'elevato tasso di atterraggi poco morbidi, che costrinse gli atleti a scendere in campo con pesanti armature a piastre — indistruttibili in volo, ma una volta a terra buone per restare a terra: un quarto d'ora buono per rialzarsi e tornare in posizione.
Otto secoli e una buona dose di ortopedia dopo, il principio non è cambiato: un cambio fatto al momento giusto vale una partita. Le catapulte, quantomeno, non servono più.

Capitolo VI - Invasioni Vichinghe: i transfert e il dominio svedese
Quando le lunghe navi vichinghe comparvero all'orizzonte, le popolazioni costiere d'Europa avevano imparato a temerle per un motivo preciso: villaggi rasi al suolo, raccolti bruciati, e un'efferatezza che i cronisti dell'epoca faticavano perfino a descrivere. Ma dietro asce e incursioni notturne, secondo questa ricostruzione, si nascondeva un obiettivo ben più specifico: trovare avversari degni di essere battuti.
I guerrieri scandinavi si presentavano sui campi con una tecnica sconosciuta al resto del continente — passaggi precisi, controllo di pallina impeccabile, freddezza sotto porta — e in poche stagioni dominarono ogni torneo, dando origine a quella supremazia nordica che, a ben vedere, dura ancora oggi. I sovrani europei capirono presto che affrontarli in campo era inutile, e affrontarli fuori dal campo anche peggio. Molto più semplice convincerli a cambiare squadra: bastavano qualche baule d'oro, un appezzamento di terra e una discreta scorta di idromele per strappare un campione svedese alla concorrenza — decisamente più economico, a conti fatti, che vedersi bruciare un intero villaggio dopo una sconfitta. Nacque così il primo mercato dei trasferimenti della storia. E con esso una regola che, a distanza di oltre mille anni, continua a essere sorprendentemente attuale: se si vuole aumentare le probabilità di vincere un torneo di floorball, avere almeno uno svenska in squadra non è mai una cattiva idea.

Capitolo VII - Salem: la prima Scuola di Floorball della storia
Nel 1692 il piccolo villaggio di Salem fu travolto da una delle pagine più oscure della storia. La versione ufficiale parla di inquisizione e caccia alle streghe. Quella corretta, va detto, non è troppo diversa: solo che gli inquisitori erano allenatori e le streghe, poveri giocatori. Fu qui, infatti, che nacque la prima vera scuola di floorball professionistico della storia e, contestualmente, il primo regime di allenamento fondamentalista mai concepito. I metodi erano severi al limite del fanatico: chi osava impugnare la stecca con la mano destra pur essendo un destrorso, o viceversa, veniva accusato di aver stretto un patto con il maligno e processato di conseguenza. Il gesto tecnico corretto, per gli allenatori dell'epoca, non era un'opinione, era dottrina.
I casi più gravi erano riservati a chi si azzardava a controllare la pallina con i piedi, pratica giudicata blasfema, indegna di uno sport nobile come il floorball, e punita senza appello sul rogo insieme ai giocatori giudicati "eretici". Chi invece mostrava la tendenza, giudicata altrettanto sospetta, a impugnare la stecca con una sola mano, veniva sottoposto a un correttivo drastico quanto definitivo: l'altra mano gli veniva inchiodata direttamente alla stecca, a garanzia che l'errore non si ripetesse.
Per gli allenatori del villaggio la logica era semplice quanto ferrea: non esisteva libertà di stile, esisteva solo l'ortodossia e chi si allontanava dal metodo ufficiale non era un innovatore, ma un eretico. Della scuola di Salem, oggi, non resta quasi nulla. Resta però un'eredità sottile, che ogni allenatore di floorball porta con sé senza saperlo: la convinzione, mai del tutto sopita, che esista un solo modo giusto di tenere la stecca e che tutti gli altri siano, in fondo, un'eresia.

Capitolo VIII - Francia XVII Secolo: una maschera per i portieri
Alla fine del Seicento il floorball aveva raggiunto un livello tecnico straordinario. Tiri sempre più potenti, giocatori sempre più abili e un problema sempre più evidente: qualcuno doveva pur stare davanti alla porta. La figura del portiere, ai margini della storia fino a quel momento, nacque quindi come una soluzione estrema ma necessaria. Nessun atleta ragionevole avrebbe accettato volontariamente di inginocchiarsi davanti a una raffica di palline lanciate a tutta velocità. Per questo motivo, secondo le cronache dell'epoca, i primi estremi difensori venivano reclutati tra le persone più disperate: ergastolani, condannati al carcere duro e individui con un rapporto decisamente complicato con il concetto di paura.
La leggenda della Maschera di Ferro racconta proprio uno di questi casi. Il misterioso prigioniero non era un nobile nascosto né un parente segreto del re di Francia: era semplicemente un portiere, condannato a indossare una pesante maschera metallica dopo un crimine che si è perso nelle pieghe della storia.
Il risultato fu sorprendente. La maschera, nata come punizione, si rivelò l'invenzione più importante per la sicurezza del ruolo: vennero aggiunte aperture per respirare, alleggerita la struttura, e trasformata infine nel primo antenato dei moderni caschi da portiere.
C'è un dettaglio, spesso trascurato dai manuali ufficiali, che lega ancora più strettamente il portiere moderno a quei primi reclutati forzati: la posizione in ginocchio, oggi insegnata come tecnica fondamentale in ogni scuola di floorball, altro non è che l'eredità diretta della gogna, l'unica postura che quei reietti conoscessero fin troppo bene, prima ancora di conoscere una pallina.

Capitolo IX - Selvaggio West: tutti pazzi per lo Zorro Trick
Nelle polverose città del Far West, le controversie non si risolvevano con lunghi dibattiti. Bastava una stecca, una pallina e un avversario dall'altra parte della strada. I duelli più temuti non si disputavano con la pistola, ma al centro del campo, dove i giocatori si sfidavano a colpi di slap shot e controllo di palla. Il più veloce a impugnare la stecca e il più preciso nel colpire il bersaglio diventava una leggenda della contea.
Fu proprio in questo clima di sfide impossibili che nacque la tecnica più spettacolare della frontiera: lo Zorro. Inventato da un misterioso pistolero mascherato, questo movimento permetteva di disegnare nell'aria una traiettoria perfetta a forma di "Z", mantenendo la pallina incollata alla paletta come per magia. Per i portieri dell'epoca era un incubo: quando finalmente capivano da che parte sarebbe arrivato il tiro, la pallina aveva già cambiato direzione almeno tre volte. Ben presto i saloon si riempirono di giovani fuorilegge intenti ad allenarsi per ore, in cerca della tecnica necessaria per dominare la frontiera.
La grande lezione del West fu chiara: una buona mira è importante, ma come si diceva nei saloon di frontiera "quando un uomo con la paletta curva incontra un uomo con la paletta dritta, l'uomo con la paletta dritta è un uomo morto".

Capitolo X - Spazio: Houston, abbiamo un problema
Verso la metà del Novecento, il floorball si trovò ad affrontare un problema che nessuna epoca precedente era mai riuscita a risolvere: trovare un campo libero. Ogni palazzetto era occupato da uno sport più "popolare" e ogni palestra scolastica, anche la più polverosa e con il canestro storto, era prenotata da basket o pallavolo. Il mondo del floorball allora alzò lo sguardo al cielo una notte e vide la Luna: gialla, rotonda e punteggiata di cavità, non troppo diversa, a ben vedere, da una pallina forata. Non poteva essere un caso. Doveva essere un segno del destino. E così, con la strana logica che lo ha sempre contraddistinto, concluse che l'unico campo davvero libero nell'intero universo conosciuto fosse proprio lì, a 384.000 chilometri di distanza dalla Terra.
Il 20 luglio 1969 l'Apollo 11 allunò nel Mare della Tranquillità, inaugurando quella che gli archivi più attendibili ricordano come la prima trasferta interplanetaria della storia dello sport. L'obiettivo ufficiale della missione era raccogliere campioni di roccia lunare. L'obiettivo reale era assicurarsi, finalmente, uno slot orario tutto per sé. Le difficoltà tecniche, va detto, non mancarono. Con un sesto della gravità terrestre, ogni tiro rischiava di finire in orbita bassa invece che in porta e il terreno di gioco, sabbioso e costellato di crateri, trasformava ogni azione in un'imprevedibile lotteria di rimbalzi.
Il vero calvario, però, riguardò la logistica. I moduli lunari, progettati da ingegneri evidentemente mai stati in trasferta con una squadra di floorball, non erano abbastanza capienti da contenere tutto l'equipaggiamento. La missione, alla fine, fu un successo sotto quasi tutti gli aspetti. Il campo era perfettamente libero, non c'erano problemi di parcheggio, e la doccia sulla stazione orbitale era sempre calda.
Epilogo – Quello che non vogliono farci sapere sul Floorball
Vi hanno detto che il floorball è nato negli Usa, in una palestra qualunque. Non è vero. La verità, quella che nessun libro di storia ufficiale ha mai avuto il coraggio di stampare, è che il floorball è sempre esistito, nascosto in bella vista, in ogni epoca, sotto ogni travestimento.
Un fossile di paletta curvata ritrovata "per caso" o enormi blocchi di granito sistemati con un angolo perfetto. Un filosofo greco che grida "Eureka" per una scoperta che i libri attribuiscono a tutt'altro. Fateci caso: nessuno, finora, aveva mai collegato le Piramidi al floorball. Coincidenza? Decidete voi, finché siete ancora in tempo: "loro" potrebbero rimuovere questo articolo da un momento all'altro.



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